L’ALZHEIMER E IL CASO LECANEMAB: L’ITALIA È PRONTA SOLO A METÀ

Lecanemab, primo farmaco approvato in Europa che modifica il decorso dell’Alzheimer, apre una nuova fase nella lotta alla malattia. In Italia, però, la diagnosi precoce resta un ostacolo e i centri specializzati sono insufficienti. Senza un piano politico chiaro, il rischio è una sanità a due velocità.
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Da aprile 2024 il farmaco Lecanemab, sviluppato da Eisai e Biogen, è stato ufficialmente approvato dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema) per il trattamento dell’Alzheimer in fase iniziale. È una notizia che segna una svolta storica: si tratta della prima terapia in Europa che non si limita ad alleviare i sintomi. Inoltre, punta a rallentare la progressione della malattia agendo direttamente sulle placche amiloidi nel cervello. Per pazienti e famiglie, la disponibilità di un trattamento che può modificare il decorso dell’Alzheimer rappresenta un punto di svolta. Ma l’accesso effettivo a questo farmaco dipenderà, come sempre, dalla capacità dei singoli Stati di recepire, finanziare e organizzare l’uso delle nuove terapie.

L’Italia ancora in ritardo su diagnosi e infrastrutture

Il nodo centrale, in Italia, resta la capacità di diagnosi precoce. Lecanemab è indicato solo per i pazienti in fase iniziale di malattia, con conferma biologica della presenza della proteina beta-amiloide. Ma nel nostro Paese, secondo i dati AIMA e SinDem, soltanto il 30% delle diagnosi viene effettuato nelle primissime fasi.  Il resto arriva quando la malattia ha già compromesso gravemente le funzioni cognitive. In più, servono centri attrezzati per somministrare il farmaco per via endovenosa, seguire i pazienti con esami RMN periodici, gestire gli effetti collaterali e monitorare i casi con team multidisciplinari. Al momento, l’Italia può contare su poco più di 200 Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD), e non tutti sono dotati di mezzi e personale adeguati.

I nodi politici e il rischio disuguaglianze per il Lecanemab

Il Lecanemab arriverà in Italia solo dopo la valutazione dell’AIFA, che dovrà decidere su prezzo e rimborsabilità. E qui si apre un’altra questione: chi potrà permettersi questo farmaco? Negli Stati Uniti il costo è di circa 26.000 dollari l’anno. Se l’Italia non garantirà una rimborsabilità ampia e trasparente, il rischio è di creare un sistema a doppia velocità, dove solo chi ha i mezzi potrà accedere alla nuova cura. Nel frattempo, resta sul tavolo un’urgenza: investire in formazione medica, rafforzare i servizi territoriali e aggiornare i modelli di cura. Perché un farmaco rivoluzionario non basta, se il sistema non è in grado di accoglierlo.

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